Il fuoco che brucia dentro

LE EMOZIONI NON ESPRESSE SI IMPRIMONO NEL CORPO

Il fuoco brucia, arde, riscalda, incendia, cuoce, forgia,  crea e distrugge.

Ma cosa accade se il fuoco brucia dentro di noi?
Come può accadere che tanta energia possa persino distruggere i nostri organi?

Proviamo ad esplorare alcuni frammenti di esperienze di psicoterapia corporea.

Mario è un  uomo di trenta anni, magro di altezza media. Ricurvo in avanti, sembra essere un manichino appeso per le spalle; come se avesse una gruccia per abiti tra le scapole.

Vive a casa con i suoi genitori insieme alla sorella maggiore di sei anni, vedova e con due figlie. Nella loro casa vive anche il fratello minore di tre anni, disoccupato. Mario ha anche un fratello maggiore di due anni che è sposato, con un figlio, e vive nell’appartamento accanto.

Prima della nascita del fratello maggiore c’è stata la nascita di una sorella morta a dieci mesi. Mario non è a conoscenza della causa della morte e neppure quanto tempo prima della nascita del fratello sia accaduta la morte.

Quando apro la porta, ciò che maggiormente mi colpisce di lui è il suo sguardo impaurito dietro pesanti occhiali. Entrando nella stanza sembra scivolare, pattinare, lungo il percorso che va dalla porta alla poltrona. Il suo corpo magro sembra quasi levitare; quando cammina i suoi piedi sembrano non toccare il terreno, sembrano non lasciare impronta di sé; penso: “ E’ entrato un fantasma”.

Si siede e aspetta in silenzio che io gli porga qualche domanda. “Buon giorno Mario, cosa la porta a richiedere questo colloquio” esordisco io. Un lungo silenzio e poi, con voce flebile, sospirata, ad occhi bassi dice “Ormai non ce la faccio più con questa gastrite. E’ troppo. Sono anni che provo di tutto, ma niente. Questo fuoco mi brucia lo stomaco. Se continua così dovrò fare una gastroscopia, e io non voglio.”

Provo ad indagare un po’ “ da quanto tempo questo fuoco brucia lo stomaco

E Mario: “ A me sembra da sempre, da quando ho ricordi. Forse non è proprio così, ma a me sembra questo”
Invito Mario ad andare lungo questa linea dei ricordi.

I primi ricordi risalgono all’età di sei-sette anni, all’età delle prime classi delle elementari.

Tra i genitori c’erano grossi conflitti che esplodevano spesso in liti furiose con urla e rottura di soprammobili.
All’epoca anche Mario aveva grandi esplosioni rabbia che esprimeva dando cazzotti al muro. Veniva trattato con dei forti tranquillanti che lo riportavano ad una “ calma totale…pensi che dose! Ma ai miei non ne faccio una colpa”.
Durante queste crisi di rabbia si sentiva “ assente e malaticcio”. Da allora, fino ad oggi, la rabbia non è più stata espressa perché “era meglio così”, ma in questo modo aveva imparato a non esprimere nessuna emozione. “Le ingoio” dice, “me le tengo dentro”

La rabbia di Mario, ma anche tutto il suo affetto, è confinata nel suo stomaco, il luogo più acido del corpo, il luogo deputato al mutamento degli elementi con il suo fuoco trasformatore.

E allora quel fuoco trasformatore diventa un fuoco che brucia dentro, che può arrivare anche a distruggere le pareti dello stomaco con ulcere.

Paola è una donna sui quaranta, alta e slanciata. Il suo corpo, nonostante le apparenze, è caratterizzato da un certo grado di rigidità; occhi indagatori e penetranti e da mascelle grandi e serrate che danno un aspetto di durezza al suo volto.

E’ nata prematura ed è stata più di un mese in incubatrice, senza contatto materno. Circa un anno e mezzo prima del suo concepimento c’è stato un aborto spontaneo.

Dice di essere stata sempre bene, prima di avere i problemi che l’ hanno “costretta a rivolgersi ad uno psicologo” perché che lei ha “sempre tenuto alla forma”, con uno stile di vita salutista e frequentando palestre.
La sua carriere scolastica ed universitaria è sempre stata “perfetta e nei tempi”

E’ manager di un importante azienda e tutta la sua vita sembra dedicata al lavoro.
I suoi ritmi sono forsennati perché “bisogna stare sempre sul pezzo” ed essere sempre performante: “non posso sbagliare un colpo”.
Vive in una casa “di rappresentanza”, con un marito e un figlio.

Paola investe i suoi affetti in azioni e relazioni che agli occhi degli altri la debbono far apparire come una donna eccezionale ma inarrivabile.
Le relazioni amicali sono esclusivamente “di alto livello” socioeconomico, perché “possono anche essere utili per il lavoro”.

Sul lavoro si definisce “perfetta ed esigente con gli altri”, ma solo se riesce a mantenere questi ritmi; se la routine viene alterata, allora mostra tutta la sua insicurezza.

Si rivolge a me dopo un lieve infarto. La sua paura connessa all’episodio non è tanto relativa alla tematica vita-morte, quanto piuttosto a quella dell’efficienza-invalidità, ed questa la motivazione esplicita della sua richiesta: “devo tornare subito in forma e riprendere il ritmo”.

Il suo cuore si è negato ad un’affettività più profonda; si è negato un ritmo più umano o non si è aperto alla pulsazione della vita, ma si è imposto  un battito meccanico e preciso come un orologio svizzero.

Quel cuore è stato ferito da un fuoco affettivo super controllato che non riusciva ad espandersi e dalla mancanza cronica di umanità e contatto.

Ma anche altri organi possono essere feriti dagli affetti non espressi, dalla vitalità coartata, dal fuoco della vita che non lasciamo scorrere nel corpo.
Ad esempio, la pelle: il più esteso dei nostri organi.

Mariella, una donna di circa trenta anni,  viene da me perché sente necessario per lei un lavoro psicocorporeo per i suoi dolori articolari.

Mi colpisce una chiazza rossa, un eczema, sulla sua pelle bianchissima. Una chiazza a forma di farfalla, una grande farfalla rosso fuoco che spicca il volo dal suo candido torace  incavato.

Mariella ha una storia di bambina mai carezzata; figlia unica di una madre anaffettiva e di un padre sempre in giro per il mondo per lavoro.

Il suo desiderio di contatto si era ritirato dalla sua pelle fino a farla diventare bianchissima. Ogni contatto diventava una ferita per la sua pelle delicata. Aveva sviluppato un’allergia da contatto. Non aveva relazioni affettive importanti e non aveva mai avuto rapporti sessuali.

Di un’intelligenza spiccata e con una buona dose di creatività; lavorava come maestra in una scuola elementare ma era angosciata dalle continue richieste di prossimità e di affetto da parte dei suoi scolari.

La paura del contatto era arrivata alle ossa, la struttura portante di quel corpo fragile.

“Non riesco quasi più ad aprire le mani” ,“ questi dolori dentro mi stanno irrigidendo”.

La domanda esplicita era quella di poter guarire dai dolori articolari, quella più profonda, implicita, era quella di poter ricevere un contatto, per lei possibile solo nella cornice protetta del setting terapeutico.

Il fuoco delle emozioni e del desiderio di contatto si manifestava con quella farfalla rossa sul suo petto.

Accade frequentemente che un fuoco emozionale si manifesti sulla pelle, mediatore tra mondo interno e mondo  esterno e viceversa.

Tutti noi abbiamo sperimentato l’arrossire davanti a una situazione imbarazzate, oppure davanti alla persona di cui si siamo perdutamente innamorati.

Frequentemente l’acne può devastare i nostri volti adolescenziali, manifestando tutto il fuoco erotico che letteralmente si affaccia nel corpo,

Queste ultime sono spesso manifestazioni naturali, non patologiche e transitorie.

Ma quando il nostro fuoco-energia vitale è incistato cronicamente e non ci consentiamo più di esprimerlo, allora deve necessariamente trovare un’altra via di uscita.

Molto spesso questa via d’uscita è rivolta verso noi stessi, sia che si tratti di un fuoco di rabbia o di un fuoco di passione.

Quando abbiamo imparato a reprimere il fuoco della nostra vitalità non saremo più in grado di lasciar ardere neppure un fiammifero di emozioni.

Le emozioni che non si esprimono si imprimono come segni incisi nel nostro corpo.

E allora sarà il nostro corpo a farsi carico di ricordarci di prestare attenzione e cura per  le nostre emozioni; dobbiamo solo imparare ad  ascoltarlo, comprende cosa ci sta dicendo e dargli voce.

Con l’aiuto di un professionista esperto e preparato si può essere aiutati a tornare in quello spazio-tempo in cui abbiamo cominciato a perdere il contatto con le nostre emozioni e le abbiamo relegate nello uno  spazio silenzioso e senza tempo del nostro corpo. Nello spazio-tempo protetto del setting e della cornice della relazione terapeutica possiamo finalmente rielaborarle ed esprimere.

Dott.Fabio Carbonari
Psicologo Psicoterapeuta Roma

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